25 luglio 2019

I Sognatori Erranti intervistano Giuseppe Milisenda.


Quando è nata in te la necessità di scrivere?

In realtà è iniziato tutto per gioco. Ho sempre sognato di farlo, ma la vita mi aveva spinto verso altri lidi. Poi qualche anno fa sulla spiaggia di Soverato, tra una nuotata e l’altra, io e mio figlio, che all’epoca aveva poco meno di 10 anni, abbiamo iniziato a buttare giù qualche riga. La storia che era nata dalla nostra fantasia era ricca di fascino e mistero, così ho deciso di partecipare a un concorso di letteratura. Dopo qualche mese ho ricevuto un’e-mail:  la giuria aveva scelto all’unanimità il nostro inedito come vincitore nonostante fosse un romanzo destinato a un pubblico di ragazzi.
Ciò che mi ha spinto a scrivere è la necessità di insegnare a mio figlio i veri valori lasciandogli vivere la sua adolescenza. Volevo educarlo giocando insieme a lui. A volte i docenti spingono i ragazzi a leggere testi che hanno un significato molto profondo, ma sono forse troppo impegnativi per la loro giovane età. Io volevo creare qualcosa di alternativo, che divertisse, un romanzo leggero, ma al tempo stesso capace di far riflettere.
Molti insegnanti sostengono che i miei romanzi siano scritti per i ragazzi, ma che dovrebbero essere letti dagli adulti.

Da dove prendi ispirazione per i tuoi scritti?

La fonte d’ispirazione principale per la stesura di “Micropolis” è stata senza dubbio mio figlio Claudio. La sua passione per le antiche culture, per la ricerca di nuove forme di vita e il suo interesse per i cambiamenti climatici hanno riempito velocemente i foglio bianchi lasciando che la storia di “Micropolis” prendesse vita tra le righe del quadernino sotto l’ombrellone.
Gli incontri sul tema della legalità nelle scuole, cui partecipo per motivi di lavoro, hanno contribuito a scegliere quali tematiche sociali far affrontare ai piccoli super eroi del romanzo.
Da due anni a Claudio si è aggiunto il mio piccolo Federico. Scrivo per loro e m’ispiro alla loro incredibile capacità di sorprendermi e regalarmi ogni giorno nuove esperienze. Molte scene divertenti dei miei romanzi sono tratte da ciò che accade tre le mura di casa.   


Sei uno scrittore metodico o impulsivo? 

Penso che la direttrice della Dark Zone, la signora Pace, che approfitto per salutare e ringraziare, mi abbia inquadrato sin dal primo giorno che sono stato ospite del loro stand al Salone del Libro di Torino. Io sono il caos assoluto. Il disordine imperversa in ogni cosa che tocco e nella mia mente. Mia moglie è una donna molto paziente: senza di lei sarei perso. Eppure nell’incredibile irrazionalità dei miei pensieri le storie che scrivo alla fine trovano la loro logicità e ogni frammento del puzzle trova la sua collocazione e il suo motivo di esistere. Non c’è alcun metodo nel mio approccio alla stesura dei miei romanzi. Sono l‘esempio negativo, il modello cui nessun aspirante scrittore dovrebbe mai ispirarsi.


Quando hai capito qual era il genere giusto da scrivere per te?

Penso che in realtà la mia vera dimensione sia un’altra. Ritengo che prima o poi scriverò gialli, perché la mia vita mi da la possibilità di trarre spunto dalla quotidianità della mia professione, e credo che ogni scrittore debba ispirarsi a ciò che meglio conosce. Però in questo momento io voglio scrivere per dare il mio contributo alla società. Quando scrivo penso a quei genitori che, come me, si trovano nella difficile posizione di educare i propri figli in un Mondo che va alla deriva.  Quando scrivo penso al futuro dei miei figli. So che solo la cultura può rendere migliore la società in cui cresceranno. So che un libro può avere la forza di far riflettere e cambiare le persone.  Questo è il motivo per cui ho scelto di scrivere romanzi di formazione, capaci di divertire ma al tempo stesso lasciare un messaggio.

Ci sono nuovi progetti per il futuro?

Mi sto trovando benissimo con la Dark Zone. Spero che anche i miei futuri romanzi riescano a conquistare la loro fiducia. Magari un giorno riuscirò a convincerli ad affidarmi una collana di romanzi per ragazzi.
Ho appena concluso il mio secondo romanzo. Penso di esser  riuscito nel difficile compito di spiegare ai più piccoli, attraverso un urban fantasy per ragazzi, il male che si nasconde dietro le mafie. Tra le righe ho affrontato inoltre alcune tematiche che avevo volutamente tralasciato in Micropolis: il bullismo e la ludopatia. Anche in questo nuovo romanzo si parla di droga, ecologia e diversità. È un libro cui tengo molto, e spero che riesca a conquistarsi l’attenzione del pubblico. Una sua versione ancora embrionale ha vinto la menzione d’onore al concorso UnicaMilano. Confido di aver fatto un buon lavoro.  




Nessun commento:

Posta un commento