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30 agosto 2020

Recensione in anteprima: "Il mormorio del Piave" di Irene Milani

 


RECENSIONE IN ANTEPRIMA A CURA DI SILVIA M.

Quello di Irene Milani è un romanzo storico che racconta storie di vita e di guerra al tempo della Prima Guerra Mondiale.

Attraverso la bocca di Aldo, attraverso le memorie scritte che ha lasciato alla donna che ama, il giovane della Milano bene, che sembrava essere avviato alla carriera di avvocato, racconta il coraggio, il dolore e la paura della morte vissuta nelle trincee lungo la linea del Piave, dell’Isonzo e del Tagliamento.

Il resoconto di Aldo è in realtà un racconto partecipato e commosso della guerra e della sua devastazione, è il racconto di un giovane che, per sfuggire ad un amore impossibile, parte in guerra, forse sottovalutandola, e che si trova a combattere, a morire e a vedere morire un amico.

Nel dolore, il pensiero è rivolto sempre alla famiglia e alla donna che ama ma che non potrà avere perché già sposa di qualcun altro.

La guerra, dice Aldo, è decisa dai potenti che non scendono in campo, ma stanno chiusi nei palazzi, mentre a morire sono sempre i più piccoli e meno potenti.

Poi anche il racconto di Aldo si interrompe, perché la guerra non lo risparmia e ferito ma vivo torna a casa dove niente è più come prima.

Spera di riprendere la sua vita, di rintracciare la donna che ama e di non rinunciare a lei perché la guerra, con il dolore e la distruzione, gli ha fatto capire di lottare anche per amore.

Niente sarà però come sembra, la vita è cambiata, la guerra l’ha cambiata, il tempo è trascorso e non sempre si può tornare indietro.

Toccante, emozionante, raggiunge facilmente il cuore del lettore sin dalle prime battute. Si legge in un soffio.

Con l’altro storico della Milani (La memoria di Elvira, che ho letto e consiglio vivamente), “Il mormorio del Piave” è di certo uno dei migliori scritti dell’autrice che conferma una penna attenta e delicata nella descrizione dei periodi storici e dei sentimenti che li colorano.





09 agosto 2020

Recensione : "Fino a quando la mia stella brillerà" di Liliana Segre con Daniela Palumbo.


La sera in cui a Liliana viene detto che non potrà più andare a scuola, lei non sa nemmeno di essere ebrea. In poco tempo i giochi, le corse coi cavalli e i regali di suo papà diventano un ricordo e Liliana si ritrova prima emarginata, poi senza una casa, infine in fuga e arrestata. A tredici anni viene deportata ad Auschwitz. Parte il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della stazione Centrale di Milano e sarà l’unica bambina di quel treno a tornare indietro. Ogni sera nel campo cercava in cielo la sua stella. Poi, ripeteva dentro di sé: finché io sarò viva, tu continuerai a brillare. Questa è la sua storia, per la prima volta raccontata in un libro dedicato ai ragazzi.

Recensione a cura di Silvia M.

Fino a quando la mia stella brillerà

 

Non ci sono parole per descrivere quello che ho provato leggendo questa testimonianza.

Liliana Segre racconta la sua terribile esperienza, quella di essere stata rinchiusa a soli 13 anni ad Auschwitz, strappata all’affetto della sua famiglia e del suo adorato papà.

Non tutti i libri sono facili da recensire, questo non lo è, perché è un libro che lacera l’anima e il cuore.

Liliana Segre ha idealmente diviso la sua narrazione in due parti. La prima racconta la vita felice di una bambina serena, amata dai nonni e dal padre che hanno cercato di crescerla e coccolarla nonostante la morte della madre quando la bambina era ancora piccola.

E poi la seconda parte della sua vita quando, in seguito alle leggi raziali, le fu impedito di andare a scuola. Leggi raziali che la fecero divenire lentamente invisibile agli occhi di quelli che fino a una manciata di giorni prima erano stati amici.

Ciò che mi ha colpito, al di là di tutto il dolore che si percepisce da queste pagine, sono le parole della Segre, quando dice che la vergogna delle leggi raziali si è consumata nell’indifferenza generale.

Per gli ebrei la vita era cambiata, gli altri continuavano normalmente, come se nulla stesse cambiando, come se gli ebrei non esistessero.

Così nell’indifferenza generale, si è consumata la più grande vergogna del genere umano, in cui gli esseri umani, marchiati con dei numeri, furono trattati come cose. Liliana venne progressivamente privata della scuola, della casa, degli amici, della sua vita e infine dei suoi affetti più cari.

Ridotta pelle e ossa, scampata al gas per pura fatalità più di una volta, si trasformò da bambina giocosa e felice, in una ragazza rabbiosa e arrabbiata, ma non ha mai perso di vista se stessa. Lei era un essere umano, nonostante al campo la trattassero come un animale. La sera, quando era sola, parlava con una stella, un momento che le ricordava chi era e cosa voleva.

In mezzo a quello scenario di morte e dolore lei voleva vivere e sebbene avesse la certezza di essere sola al mondo, che il suo amato padre non l’avrebbe più rivisto, lei desiderava tornare alla vita normale.

Quando gli americani liberarono gli ebrei dai campi di sterminio, Liliana poté lentamente tornare alla realtà, ma non era più la stessa persona.

Non fu più la Liliana di prima sebbene la sua vita sia andata avanti. Le vita le ha donato una famiglia, un marito e dei figli, ma una parte di lei è rimasta in quel campo.

Ha deciso di diventare testimone di ciò che ha vissuto, ha girato per le scuole, ha incontrato gli studenti e ha raccontato la sua vita, consapevole che c’è qualcosa di veramente pericoloso da sconfiggere e cioè i negazionisti della Shoa.



 

16 aprile 2020

Storia di un amore: Franca e Ignazio Florio.




 
Avete mai sentito parlare dei Florio? I Florio furono dei veri e propri “geni” del commercio e grazie al lavoro e all’impegno resero la Sicilia una terra grande e ricca. Parlando dei Florio possiamo citare il nome di una donna: Franca Florio, che sposò Ignazio Florio Junior.

Tutto iniziò quando al palazzo del principe Romualdo Trigona di Sant’Elia, Ignazio conobbe Franca Jacona di San Giuliano. Per il ragazzo fu amore a prima vista, ma per Franca non tanto. Del resto, era una ragazza intelligente, colta e sapeva parlare più lingue, Ignazio la corteggiava e le parlava dei suoi viaggi e del lavoro, inoltre quando la domenica andavano a messa, le sorrideva dolcemente.

Il 21 novembre 1891 le scrisse una lettera in cui dichiarava tutti i sentimenti che provava per lei; fu allora che Franca si innamorò di lui. C’era, però, un problema: Don Pietro, padre severissimo di Franca, non voleva che sua figlia sposasse il giovane Florio, raccontò addirittura alla moglie Costanza che giravano voci su Ignazio; si diceva che corteggiasse donne più grandi di lui e che, nonostante facesse generose donazioni alla chiesa, volesse comprare di tutto per la sua ricchezza. Donna Costanza credette al marito e anche lei non volle che Franca sposasse il giovane.

Nonostante ciò, Franca e Ignazio iniziarono a vedersi sempre più, facendo in modo che i loro genitori non si accorgessero di nulla. Appena Don Pietro venne a saperlo decise di trasferire tutta la famiglia a Livorno, dove vivevano dei parenti, nella speranza che sua figlia si dimenticasse di Ignazio, ma l’amore dei due giovani si rafforzò; Franca scriveva lettere a Florio, esprimendo la sua tristezza per la lontananza. Nonostante gli impegni di lavoro, il ragazzo trovò il tempo di recarsi a Livorno dalla sua amata. A quel punto in casa San Giuliano prevalse il buon senso e le nozze vennero acconsentite.

Giovanna D’Ondes Trigona, madre di Ignazio, era infastidita dalla posizione rigida dei San Giuliano, ma vedendo il figlio innamorato di Franca, anche lei, si rassegnò al volere dei giovani.

 Le nozze si tennero a Livorno l’11 febbraio 1893, dopo il matrimonio, Franca e Ignazio andarono ad abitare nella villa dell’Olivuzza. Con il passare del tempo il rapporto tra le due famiglie si distese e divenne più affettuoso. Il 24 novembre 1893, Franca e Ignazio provarono una grande gioia: era nata Giovanna, la loro prima figlia.
 
Silvia M.
Serena L.P.
 
 
 


20 dicembre 2019

La storia sconosciuta degli eroi non noti della nave Avviso Veloce Diana


A cura di Silvia Maira

La nave Avviso Veloce Diana è solo una delle tante navi delle Regia Marina che furono affondate nel Mediterraneo.
Una tra le centinaia di navi, ma a bordo c'erano tanti uomini che non sono più tornati a casa dalla guerra.
L’unità, era partita da Messina il 28 giugno del 1942 per portare materiale e personale a Tobruk.
Alle 11.25 del 29 giugno 1942, mentre era in navigazione alla volta di Tobruk , il Diana fu avvistato dal sommergibile britannico Thrasher.
 Alle 11.44 il Thrasher lanciò sei siluri da circa 550 metri di distanza: colpito da due o quattro siluri (il sommergibile inglese rivendicò infatti non meno di quattro armi a segno), il Diana s'inabissò rapidamente,75 miglia a nord del Golfo di Bomba, in Cirenaica, trascinando con sé i tre quarti degli uomini a bordo.
Alcune motosiluranti di scorta, dopo aver infruttuosamente attaccato il Thrasher, prestarono i primi soccorsi.
Più tardi, tra il 29 ed il 30 giugno, giunse sul posto la nave ospedale Arno che si occupò, seppure in condizioni di mare mosso, del recupero di tutti i superstiti: 119 uomini. Le perdite umane ammontarono a 336 tra morti e dispersi. 
 Un sopravvissuto raccontò che nel momento in cui la nave fu colpita dal primo siluro si trovava in sala sottoufficiali a giocare a carte con i compagni, quando avvertì una misteriosa vampata di calore che lo costrinse a uscire dalla stessa sala per andare in plancia.
Si trovava lì da qualche istante, il tempo di accendersi una sigaretta, quando arrivarono altri due siluri, uno a poppa e uno in prossimità della cabina sottoufficiali, che morirono.
Lui venne sbalzato in acqua ma a testa in su e fu così che si salvò dalla morte.
Lo stesso raccontò di non essere salito su una delle ciambelle per lasciare spazio ai feriti, ma vi rimase aggrappato. Quando la nave ospedale Arno giunse sul posto non lo aveva notato. Cercò con tutte le sue forze, da nuotatore esperto qual era, di farsi notare, ma non poté avvicinarsi alla nave, altrimenti rischiava di essere risucchiato dalle pale dell'elica.
Stremato e sconvolto si stava abbandonando alla stanchezza e alla sua tragica fine, quando un uomo dal ponte lo notò e gridando "uomo in mare" fece spegnere  i motori salvandolo da una fine tremenda.

Possiamo solo immaginare lo scenario infernale di quei tragici momenti, il dolore straziante di chi ha capito che la propria vita sarebbe finita in quella tragica circostanza.
Da allora sono trascorsi settant'anni, per le famiglie sono troppi senza un familiare tragicamente scomparso e pochi per dimenticare.

"Erano padri, figli, giovani marinai la cui vita era stata spezzata e i cui corpi erano stati inghiottiti e mai restituiti dalle gelide acque del mare. Erano giovani che non erano mai invecchiati, che non avevano una tomba su cui le madri, le mogli e i figli potevano portare un fiore piangendo e sfogando la loro disperazione. Erano figli mai morti e mai trovati, semplicemente dispersi. Affondati con le loro navi, sprofondati negli abissi in qualche remoto angolo di mare, insieme ai loro sogni, alle loro speranze, ai loro progetti… Erano uomini dimenticati, figli di una storia non celebre, eroi sconosciuti senza volto, di cui nessuno avrebbe mai parlato, il cui ricordo sarebbe rimasto eterno soltanto nel cuore di chi aveva amati." (Dal libro Una Promessa per sempre, Bertoni Editore.)



Attraverso questa rubrica, vorrei trovare le famiglie degli eroi sconosciuti del Diana, affinché possano dare un nome e un volto ai congiunti che non sono più tornati, per  poterne parlarne e raccontarci chi erano prima di indossare la divisa della Regia Marina.